HOME     TEAM     ORARI E VISITE     MEDIAGALLERY     PUBBLICAZIONI     CONTATTI
 
Alessandro Bulgini
Jürgen Klauke
Oleg Kulik
Katja Loher
Damir Ocko
Yoko Ono
Daniele Puppi
Jean Toche
Markus Willeke
Lin Yilin



INCOGNITA DELL'ALTRO 2002
STRATEGIA DELLA DIFFERENZA 2003
PERSONALE DI JANNIS KOUNELLIS
ACCARDI - DI H.H. LIM
ZORIO E COLLETTIVA PERSPECTIVE
PERSONALE DI SPOERRI
PERSONALE DI KOSUTH
PULSIONI PERFORMATIVE





GLI ARTISTI

  Oleg Kulik


Oleg Kulik, Pavlov's dog, 1996, c-print su alluminio



Oleg Kulik è l'uomo-cane che ha spiazzato con le sue performance il pubblico del mondo dell'arte internazionale. Artista, scultore, performer, fotografo, tra i più radicali del panorama artistico russo. Kulik ha dichiarato di non ritenersi estraneo a tutto ciò che non è umano. È questo l'assunto centrale che si pone come chiave di lettura della sua esperienza, che affonda le proprie radici nel contesto socio- culturale della Russia sovietica e post-sovietica. L'importanza del suo messaggio risiede nel riconoscimento del conflitto tra cultura e natura provocato dal processo di civilizzazione che ha investito l'uomo moderno.L'artista realizza una serie di performance “spiazzanti”: Deep into Russia, 1993; Reservoir Dog, Kunsthaus di Zurigo, 1995; I Bite America and America Bites Me, Deitch Projects, New York, 1997; White Man, Black Dog, 1999; Armadillo for your Show, Tate Modern, Londra, 2003. Interviene in diversi progetti espositivi tra cui ricordiamo: Russia!, presso il Guggenheim Museum di New York, 2006; Always a little further, 51° Biennale di Venezia.
Le immagini dei suoi lavori sono così violente e repellenti, da lasciare spazio alla riflessione sull'esistenza stessa dell'uomo, sulla necessità di portare l'essere al suo lato più bestiale, triviale e irrazionale. In una delle performance più note, Kulik, completamente nudo e legato ad un guinzaglio, si scaraventa contro i visitatori che cercano di entrare in una galleria di Mosca, durante l'inaugurazione della sua mostra. Invece, nella performance I Bite America and America Bites Me (1997), Kulik vive per settimane in un contenitore costruito negli spazi della Deitch Projects a New York, senza mai uscire, osservato attraverso una finestrella dai visitatori. Accanto alle performance, Kulik crea immagini fotografiche dove ritrae le contraddizioni di un paese ambiguo e affascinante come la Russia. In Holy Family (2004) una donna/madre con la pancia avvolta dalla dinamite dialoga con una statua in rovina simbolo del potere “friabile” e della corruzione che trasforma la figura della donna in orrore.