Oleg Kulik, Pavlov's dog, 1996, c-print su alluminio
Oleg Kulik è l'uomo-cane che ha spiazzato con le sue performance il pubblico del mondo dell'arte internazionale. Artista, scultore, performer, fotografo, tra i più radicali del panorama artistico russo. Kulik ha dichiarato di non ritenersi estraneo a tutto ciò che non è umano. È questo l'assunto centrale che si pone come chiave di lettura della sua esperienza, che affonda le proprie radici nel contesto socio- culturale della Russia sovietica e post-sovietica. L'importanza del suo messaggio risiede nel riconoscimento del conflitto tra cultura e natura provocato dal processo di civilizzazione che ha investito l'uomo moderno.L'artista realizza una serie di performance “spiazzanti”: Deep into Russia, 1993; Reservoir Dog, Kunsthaus di Zurigo, 1995; I Bite America and America Bites Me, Deitch Projects, New York, 1997; White Man, Black Dog, 1999; Armadillo for your Show, Tate Modern, Londra, 2003. Interviene in diversi progetti espositivi tra cui ricordiamo: Russia!, presso il Guggenheim Museum di New York, 2006; Always a little further, 51° Biennale di Venezia.
Le immagini dei suoi lavori sono così violente e repellenti, da lasciare spazio alla riflessione sull'esistenza stessa dell'uomo, sulla necessità di portare l'essere al suo lato più bestiale, triviale e irrazionale. In una delle performance più note, Kulik, completamente nudo e legato ad un guinzaglio, si scaraventa contro i visitatori che cercano di entrare in una galleria di Mosca, durante l'inaugurazione della sua mostra. Invece, nella performance I Bite America and America Bites Me (1997), Kulik vive per settimane in un contenitore costruito negli spazi della Deitch Projects a New York, senza mai uscire, osservato attraverso una finestrella dai visitatori. Accanto alle performance, Kulik crea immagini fotografiche dove ritrae le contraddizioni di un paese ambiguo e affascinante come la Russia. In Holy Family (2004) una donna/madre con la pancia avvolta dalla dinamite dialoga con una statua in rovina simbolo del potere “friabile” e della corruzione che trasforma la figura della donna in orrore.